Cambi di gruppo parlamentari nella XIX legislatura e l’articolo 67 della Costituzione

Cambi di gruppo in forte calo nella XIX legislatura. Meno parlamentari, maggioranza stabile e regole più severe. Ma il problema resta.

Cambi di gruppo parlamentari nella XIX legislaturaDall’inizio della XIX legislatura ad oggi, 8 febbraio 2026, i cambi di gruppo parlamentari registrati sono stati complessivamente 68: 12 al Senato e 56 alla Camera dei Deputati. Numeri che, se confrontati con le legislature precedenti, segnano un crollo netto e significativo del fenomeno.

Nel precedente quinquennio, infatti, i riposizionamenti parlamentari erano stati 464, mentre nella XVII legislatura si era addirittura toccato il record storico di 569 cambi di casacca. Il dato attuale rappresenta quindi una vera e propria inversione di tendenza, che merita un’analisi approfondita.

Meno parlamentari, meno cambi di gruppo

Il primo fattore, tanto evidente quanto determinante, è la riduzione del numero dei parlamentari. Con la riforma costituzionale, deputati e senatori sono passati da 945 a 600. È chiaro che una diminuzione così consistente abbia inciso direttamente anche sul numero complessivo dei cambi di gruppo. Meno eletti significa meno potenziali spostamenti, e dunque una contrazione fisiologica del fenomeno.

Una maggioranza politica stabile riduce il trasformismo

Un secondo motivo cruciale è rappresentato dalla presenza di una maggioranza chiara e coesa, uscita direttamente dalle urne. Questa stabilità ha consentito all’esecutivo di governare senza dover cercare convergenze parlamentari alternative o sostegni esterni.

La storia politica italiana dimostra che i cambi di gruppo aumentano nei momenti di instabilità, quando le maggioranze sono fragili o mutevoli. Nella XIX legislatura, almeno fino ad ora, questo scenario non si è verificato, riducendo gli incentivi al trasformismo parlamentare.

Il nuovo regolamento del Senato come deterrente

Un ulteriore elemento da non sottovalutare è l’adozione del nuovo regolamento del Senato, che ha introdotto disincentivi concreti ai cambi di gruppo. Non è affatto un caso che a Palazzo Madama i passaggi siano stati solo 12, un numero estremamente basso rispetto agli standard storici.

Le nuove regole hanno reso meno conveniente il cambio di casacca, limitando vantaggi politici, economici e organizzativi per chi decide di spostarsi. Una dimostrazione pratica di come interventi regolamentari mirati possano funzionare.

Il problema strutturale: il “pagnottismo” parlamentare

Nonostante il calo dei numeri, i cambi di gruppo nella XIX legislatura riportano alla luce, ancora una volta, il tema del “pagnottismo” legalizzato in Parlamento. Una pratica resa possibile dall’attuale formulazione dell’articolo 67 della Costituzione italiana.

L’articolo stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. In altre parole, un parlamentare, una volta eletto, può cambiare partito o schieramento senza alcuna conseguenza.

Articolo 67 della Costituzione: una norma da rivedere

Questa libertà assoluta, pensata originariamente per tutelare l’autonomia del parlamentare, si è nel tempo trasformata in una distorsione della volontà popolare. Gli elettori votano un candidato inserito in un progetto politico preciso; vederlo passare a un altro partito rappresenta spesso un vero e proprio tradimento del mandato elettorale.

Chi è in profondo dissenso con il proprio partito dovrebbe avere il coraggio politico di dimettersi, restituendo la parola agli elettori, invece di mantenere il seggio (e il trattamento economico) cambiando bandiera. Finché l’articolo 67 rimarrà invariato, il trasformismo continuerà a essere legittimo e possibile.

Vietare i cambi di gruppo: una riforma necessaria

Per questo motivo, sempre più spesso si torna a parlare della necessità di modificare l’articolo 67 della Costituzione per vietare o limitare i cambi di gruppo parlamentari. Non si tratta di imporre un vincolo di mandato rigido, ma di tutelare la coerenza democratica e il rispetto del voto.

Il calo dei cambi di casacca nella XIX legislatura è una buona notizia, ma rischia di essere solo contingente. Senza una riforma strutturale, il fenomeno potrebbe riesplodere alla prima crisi politica. L’articolo 67 della Costituzione offre troppi potere al parlamentare. La politica non è la soluzione, ma il problema.

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