Avatar: Frontiers of Pandora: Molto più di un Far Cry alieno?

Recensione di Avatar: Frontiers of Pandora. Un open world visivamente mozzafiato e fedele ai film, ma frenato da una struttura fin troppo classica.

Avatar: Frontiers of PandoraAvatar: Frontiers of Pandora è l’equivalente videoludico dei film di James Cameron: un trionfo visivo straordinario, capace di stamparti un’espressione di stupore in faccia per le prime dieci ore, ma sorretto da un’impalcatura narrativa e ludica decisamente più tradizionale e sicura.

Sviluppato da Massive Entertainment (gli stessi di The Division), il gioco è a tutti gli effetti un monumentale action-adventure in prima persona che adatta l’ormai collaudata formula open world di Ubisoft all’ecosistema di Pandora.

Pandora è la vera protagonista

Il lavoro svolto sul motore grafico Snowdrop è miracoloso. La Frontiera Occidentale di Pandora non è semplicemente un fondale piatto, ma una giungla densa, reattiva e pulsante di bioluminescenza.

  • Verticalità e Movimento: Vestire i panni di un Na’vi si traduce in una mobilità eccellente. Potete scattare tra i rami alti, sfruttare piante-trampolino e muovervi con una fluidità che rende l’esplorazione a piedi un piacere cinematico.

  • Il volo con l’Ikran: Una volta sbloccata la vostra cavalcatura alata, il gioco compie un salto quantico. Saltare nel vuoto da una scogliera e richiamare l’Ikran al volo per esplorare le montagne sospese offre uno dei sensi di libertà più riusciti degli ultimi anni.

  • Modalità Esplorazione: Nota di merito per la possibilità di disattivare gli indicatori HUD sulla mappa, costringendo il giocatore a orientarsi seguendo i punti di riferimento naturali (fiumi, alberi monumentali, vallate), aumentando drasticamente l’immersione.

Il loop di gioco: Tra ecologia e guerriglia

Il contrasto centrale della saga tra la natura dei Na’vi e l’industrializzazione distruttiva della RDA (gli umani) si riflette direttamente nel gameplay.

L’approccio ai combattimenti è punitivo: i Na’vi sono agili ma fragili di fronte ai proiettili umani. Il gioco spinge fortemente verso lo stealth e la guerriglia utilizzando archi pesanti per abbattere i mech (AMP) colpendo i loro punti deboli. Quando la situazione sfugge di mano, si può comunque ricorrere alle armi da fuoco umane (fucili d’assalto, shotgun), anche se l’uso delle armi tradizionali Na’vi risulta decisamente più soddisfacente e integrato nel contesto.

Interessante anche il sistema di raccolta delle risorse: per ottenere materiali migliori per il crafting non basta strappare una pianta, ma bisogna completare un piccolo minigioco analogico, raccogliendo l’ingrediente con la giusta inclinazione e nelle condizioni climatiche ideali (es. di notte o sotto la pioggia).

L’ombra del “Déjà-Vu”

Il problema principale di Frontiers of Pandora risiede nella sua struttura. Sotto lo splendido manto alieno batte il cuore meccanico di un Far Cry nello spazio.

Il fulcro dell’avventura si riduce troppo spesso all’assalto degli avamposti inquinanti della RDA per bonificare le aree della mappa, sbloccando nuove zone di caccia e raccogliendo collezionabili. Le missioni principali e secondarie faticano a proporre guizzi di design originali, adagiandosi su compiti ripetitivi (investigazioni banali basate sulla “vista Na’vi” o sezioni di hacking con un minigioco a base di labirinti elettronici).

Anche la narrazione soffre degli stessi stereotipi del cinema: gli umani sono cattivi monodimensionali spinti dalla pura avidità corporativa, e il cammino del protagonista (un Na’vi cresciuto dagli umani che deve riscoprire le sue origini e unire i clan) si sviluppa senza particolari colpi di scena o personaggi davvero memorabili.

Avatar: Frontiers of Pandora è il sogno bagnato di qualsiasi fan di James Cameron. Se cercate un simulatore turistico di Pandora in cui perdervi in mezzo alla flora aliena e volare tra le nuvole sul dorso di un Ikran, l’acquisto è quasi obbligatorio. Se invece cercate un open world che rivoluzioni il genere o una scrittura profonda, vi scontrerete con una formula di gioco solida fin troppo familiare, che rischia di stancare prima dei titoli di coda.

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