I dirigenti di Costa Crociere sapevano della pratica dell’inchino?
Il naufragio della nave Concordia ha sconvolto l’opinione pubblica nazionale. Da alcuni giorni tutti i talk show ne parlano. La tragedia ha fatto ritornare in auge anche qualche ex “starletta” televisiva, che ha avuto la sfortuna(o fortuna?) di essere su quella maledetta nave. Ma non voglio parlare di questo.
La pubblicazione della registrazione(video) della chiamata tra l’ufficiale della Guardia Costiera, Gregorio De Falco, e il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, ha scatenato un putiferio in rete. La maggior parte delle persone ha individuato in Schettino l’unico responsabile della tragedia. E’ così?
Il comandante di Sorrento ha fatto due gravi errori. Il primo è stato quando ha “portato” la Concordia sullo scoglio delle Scole davanti al porto; il secondo è stato quello di non dare subito l’ordine di evacuazione. Quest’ultimo è il più grave. Forse si potevano salvare tutte le persone se l’allarme fosse stato dato 30 minuti prima. Il primo errore è un frutto di una stupida tradizione, quello dell’inchino. Una domanda sorge spontanea, i dirigenti di Costa Crociere erano a conoscenza di questa tradizione?
La società ha subito scaricato le responsabilità su Schettino. Il problema è che il web non dimentica. La “pratica” dell’inchino non è una rarità. Su Youtube(vedi video) è possibile vedere il passaggio della nave Concordia vicino alla costa dell’isola del Giglio. Oggi(18 gennaio), alcuni media hanno riportato un post del blog di Costa Crociere pubblicato il 26 settembre 2010. Nell’articolo si celebre l’inchino della nave all’isola di Procida del 30 agosto 2010. Il giornale “La Repubblica” scrive: “L’Ais, un sistema internazionale che tiene d'occhio il traffico marino, ha documentato come la Concordia esegua 52 inchini all’anno contravvenendo alle regole della navigazione”.
Schettino non è un mostro. Sicuramente non ha brillato per spirito d’iniziativa e capacità di organizzazione, doti che si ritengono proprie di un comandante. Ma non è un assassino codardo.
RispondiEliminaLa manovra di “inchino” al Giglio era prassi ben conosciuta all’equipaggio, alla compagnia di navigazione, all’amministrazione comunale isolana e all’autorità marittima locale. Tutti sapevano e condiscendevano. Finché non ci è scappato il morto.
Voglio fare alcune considerazioni, anche in ragione del fatto che conosco l’ambiente e le dinamiche che in esso possono svilupparsi:
- E’ lecito credere che mentre da bordo si negava l’emergenza alla guardia costiera, Schettino era in contatto con i boss di Costa Crociere a Genova (che a loro volta erano contatto con Miami, sede della compagnia madre, Carnival Corp.) in attesa di direttive. Ma alla fine, convinto che la compagnia gli avrebbe parato le spalle (ecco perché è sceso), è rimasto schiacciato dal proprio ruolo, e ben si è prestato come capro espiatorio. Il codice della navigazione è vecchio e in casi come questi non contempla la possibilità di interferenze sulla piena capacità decisionale del comandante. Ancora oggi si definisce il comandante come il Dio della nave e tutto quello che succede a bordo è direttamente correlato alla sua volontà. Non è così. Questo andava bene ai tempi del Capitano Cook. In realtà gli interessi che gravitano intorno a una nave sono molteplici e di natura a volte difficile da immaginare. La compagnia di navigazione in questione è parte di una più grande americana che costruisce le proprie navi in Italia. Senza le commissioni di questo colosso israelo-americano, la Fincantieri avrebbe già chiuso i battenti da tempo e migliaia di lavoratori sarebbero già in cassa integrazione. Per ovvie ragioni, nessuno mai indagherà in questo senso.
- I danni materiali derivanti dalla perdita della nave non spaventano la compagnia. Sono assicurati. Ma l’immagine aziendale si ricostruisce più lentamente che una nave, e le relative perdite in borsa potrebbero provocare una situazione di stallo digeribile solo in tempi lunghi.
Ecco perché sarebbe forse stato meglio per la compagnia giocarsi la carta della tragica fatalità anziché quella dell’errore umano. La maggioranza delle navi del gruppo Carnival sono comandate da italiani il che in questo momento non gioca a loro favore, visti anche i commenti della stampa estera sulla nostra attitudine al comando.
- Ancora una considerazione su quanto ho sentito riguardo all’equipaggio che non parlava l’italiano: Una nave, a prescindere dalla bandiera che sventola a poppa, è una comunità nella quale presta la propria opera professionale una miriade di etnie diverse. Per legge la lingua di bordo è l’inglese. Un filippino (ma anche un italiano) che lavora a bordo non è tenuto a conoscere altra lingua. Che poi la compagnia metta a disposizione dei propri ospiti personale di accoglienza multilingue (i commissari di bordo, per intenderci) nulla ha a che vedere con le procedure di sicurezza in caso di abbandono nave (anche se sono sicuro che l’ordine è stato dato in due/tre lingue oltre che in inglese).
Auguro a Schettino un sereno prosieguo di vita lontano dalle navi.
@Anonimo
RispondiEliminaCi sono molte cose che non quadrano. Per esempio perché non risultano tra i dispersi un indiano che era sulla nave? Siamo sicuri che sulla nave fossero tutti in regola? Lunedì scorso la Carnival ha perso il 23% in Borsa. Il danno di immagine è enorme. Scaricare le responsabilità su Schettino non è stata una scelta saggia. Schettino non si trovava lì per caso. E' stato assunto da Costa Crociere. L'azienda può recuperare un pò di credito solo se risarcisce i clienti senza fare "inutili" cause.