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2 aprile 2017

Boom di licenziamenti nel 2016

Donna licenziata“#JobsAct diventa legge. L’Italia cambia davvero. Questa è #lavoltabuona. E noi andiamo avanti”. Questo è il tweet di Matteo Renzi del 3 dicembre 2014, il giorno dopo l’approvazione definitivamente della riforma del lavoro che ci ha fatto tornare indietro di qualche secolo. Sono stato da subito contrario al Jobs Act, perché toglie diritti ed estende la precarietà a tutti.

Il lavoro creato è solo dovuto agli incentivi regalati dal governo Renzi. Dai dati del ministero del Lavoro si evince che nel 2016 sono aumentati i licenziamenti, mentre sono calate le dimissioni. I licenziamenti sono stati 899.053, in crescita del 5,7% sul 2015. Le dimissioni sono state oltre 1,2 milioni, in diminuzione del 17,1%. Con il Jobs Act sono state introdotte le nuove norme sui licenziamenti e sul contrasto alle dimissioni in bianco, con l’obbligo della comunicazione online. Mese dopo mese, si delinea l’esito finale della riforma del lavoro di Matteo Renzi: quando, infatti, gli incentivi saranno finiti nel 2018, gli assunti con il Jobs Act potrebbero tornare ad essere disoccupati. E il governo, con ogni probabilità, sarà costretto a istituire ammortizzatori sociali eccezionali per rimediare al flop colossale. Il costo lordo del Jobs Act per il bilancio pubblico nel triennio 2015-2017 oscillerà, a seconda delle ipotesi, tra i 14 e i 22 miliardi di euro. Non più dunque 11,8 miliardi ma ben undici in più nel caso in cui i contratti attivati nel 2015 dureranno 36 mesi, l’intero periodo della corresponsione dell’esonero contributivo alle imprese. Il Jobs Act di Renzi ha creato solo danni.

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