Bagnoli: Il gioco delle tre carte tra veleni, grandi eventi e promesse tradite
Il caso Bagnoli torna al centro del dibattito nazionale con l’ultima inchiesta di Report. A 35 anni dalla chiusura degli impianti industriali dell’ex Italsider, l’area di Napoli che dovrebbe rappresentare il simbolo della rigenerazione urbana rimane un groviglio di inquinamento, ritardi burocratici e operazioni finanziarie che sollevano profondi dubbi sulla tutela della salute pubblica e dell’interesse erariale.
Una terra ferita e una salute dimenticata
L’area di Bagnoli, classificata come Sito di Interesse Nazionale (SIN), è satura di idrocarburi, mercurio, cadmio e amianto, residui di un secolo di attività industriale pesante. Nonostante i divieti di balneazione, molti cittadini continuano a frequentare le spiagge di Coroglio, ignari o rassegnati ai rischi. I dati dello studio epidemiologico Sentieri sono impietosi: nelle aree SIN come questa si registrano migliaia di morti in eccesso e un’incidenza anomala di tumori, in particolare mesoteliomi e carcinomi alla vescica.
Dalla bonifica integrale alla messa in sicurezza
L’inchiesta evidenzia un drastico cambio di rotta nella strategia di recupero. Sotto l’amministrazione dell’ex sindaco Luigi de Magistris, il piano prevedeva la rimozione integrale della colmata (un enorme ammasso di scarti industriali a mare) per ripristinare la linea di costa originale e creare una grande spiaggia pubblica.
Tuttavia, con l’arrivo del governo Meloni e la nomina del sindaco Gaetano Manfredi a commissario straordinario, il progetto è cambiato. Invece della rimozione, si procederà a una mera messa in sicurezza. Il motivo? L’urgenza dettata dall’America’s Cup 2027. Bagnoli ospiterà il villaggio delle regate, un progetto che prevede tombamenti dei terreni inquinati e nuove infrastrutture che, secondo i critici, somigliano più a un porto cementificato che a un parco pubblico.
Il paradosso del “Chi inquina non paga”
Il punto più scottante dell’inchiesta di Report riguarda il rapporto tra le istituzioni e i privati, in particolare il gruppo Caltagirone (proprietario dell’ex area Cementir tramite la società Basi 15).
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L’era De Magistris: Un’ordinanza sindacale imponeva al privato di bonificare a proprie spese, seguendo il principio europeo “chi inquina paga”.
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L’era Manfredi: Viene siglato un accordo in cui il privato cede l’area gratuitamente allo Stato, il quale però si accolla l’intero onere della bonifica, i cui costi restano in parte secretati.
Il paradosso raggiunge l’apice quando si scopre che una società dello stesso gruppo Caltagirone, la Vianini Lavori, fa parte del raggruppamento di imprese che ha vinto l’appalto da 269 milioni di euro per eseguire i lavori di bonifica nel parco urbano. In sintesi: chi avrebbe dovuto pagare per bonificare la propria area si ritrova ora pagato dallo Stato per bonificare l’area circostante.
Il destino del Borgo Coroglio e il rischio danno erariale
Mentre i grandi progetti avanzano, il borgo storico di Coroglio rischia l’abbattimento. Cento famiglie che vivono lì da generazioni si oppongono ai piani di esproprio, denunciando come le case siano in buono stato e come lo Stato si accanisca sui residenti anziché sui responsabili dell’inquinamento.
Le associazioni locali hanno presentato esposti alla Corte dei Conti per presunto danno erariale, contestando la mancanza di trasparenza sul valore degli immobili acquisiti e sui costi reali delle operazioni.
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